La magia di Mont Saint-Michel

La magia di Mont Saint-Michel

7 novembre 2001
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Voilà le Mont!

L'articolo pubblicato su Correre del Settembre 2001 della mia Marathon de Mont Saint-Michel di giugno 2001.

Al confine tra la Normandia e la Bretagna, nella baia di Mont Saint-Michel, la più grande d’Europa, si è corsa la quarta edizione di una maratona già “leggendaria”. L’isola che non c’è questa volta è stata sommersa da una marea di podisti, affascinati ed estasiati dall’ottava meraviglia del mondo.

MONT SAINT-MICHEL – Ero già stato al Monte nel 1994 durante un avventuroso viaggio con un caro amico e conservo tuttora gelosamente le foto e il diario che mi ricordano quei momenti. Un’architettura straordinaria, che riesce a coniugarsi in maniera unica con la natura che la circonda, calamita per pellegrini e turisti di tutto il mondo.

La caratteristica peculiare del sito di Mont-Saint-Michel è quella di trovarsi su un isolotto collegato alla terraferma da un lembo di terra lungo un paio di chilometri; due volte al giorno, in determinati periodi del mese, una marea di ampiezza superiore ai 12 metri, “come un cavallo al galoppo”, secondo una classica immagine, trasforma il caratteristico “deserto grigio” che circonda il monte, la “tongue”, in una tavola blu. La grandiosa abbazia domina il borgo cinto da mura, sorto per accogliere i viaggiatori che giungevano al luogo santo, nella classica disposizione del villaggio medievale con la Chiesa come unica fonte di sapere e conforto spirituale e materiale.
La 42 km di Mont Saint Michel è già diventata, nonostante la giovane età, una “cult-marathon” per gli atleti di tutto il mondo (un centinaio i maratoneti stranieri al via, in rappresentanza di 24 nazioni) e il motivo è semplice: dal punto di vista organizzativo la manifestazione si è dimostrata all’altezza della fama del sito che l’accoglie.
Il tracciato, piatto e veloce, si snoda partendo da Cancale, cittadina bretone situata sulla punta ovest della baia, attraversa diversi paesini che si animano e festeggiano con musica, balli e danze in maschera il passaggio degli atleti, sino ad arrivare, al termine dei canonici 42,195 km, proprio ai piedi dell’isola. Suggestivo è il fatto che praticamente lungo tutto il percorso, che procede perlopiù lungo la “route de la baie”, si scorge la sagoma piramidale del Monte. E, vi assicuro, questo dà una carica enorme, è praticamente impossibile non centrare il traguardo, i “punti di abbandono” presenti sono solo ornamento estetico.

Venerdì, sabato…
Il viaggio, nella pianificazione della trasferta, è un fattore da valutare con attenzione, la Normandia non è certo a due passi; io ho optato per un Milano-Rennes, via Parigi, in treno (12 ore) per poi noleggiare un’auto che mi ha permesso di muovermi agevolmente nei trasferimenti tra Cancale e il Monte dove alloggiavo. Venerdì pomeriggio appena arrivato mi sono recato al Villaggio maratona (pochi stand ma funzionale) per il ritiro del pacco gara; oltre al pettorale e ai soliti depliant e snack integratori dentro la busta non ho quasi fatto caso alla spugna: per evitare sprechi inutili e pericolosi dribbling ogni 2,5 chilometri, durante la corsa ai punti di spugnaggio ho trovato in effetti solo dei grandi contenitori riempiti con acqua; per fortuna che durante la gara ci ha pensato la pioggia di tanto in tanto a rinfrescarmi… Un altro appunto riguardo al pacco gara: portatevi da casa delle spille, merce rarissima! Ero ormai rassegnato a correre con il pettorale in mano o infilato alla bene e meglio nei pantaloncini, ma fortunatamente pochi minuti prima del via ho trovato un gruppo di podisti previdenti e ben forniti. Il venerdì sera con mia moglie ho potuto invece apprezzare la delicata e raffinata cucina locale, ovviamente a base di pesce; una cena ottima conclusa con un delizioso dessert, anche se un consiglio è doveroso: evitate come la peste il caffè, soprattutto quello che loro osano chiamare “espresso”, piuttosto portatevi un bel thermos dall’Italia.
Sabato mattina di corsa ho esplorato i dintorni di Mont Saint Michel: la bassa marea mi ha permesso di arrivare sino ai bordi dell’isolotto di Tombelaine, oggi casa dei gabbiani ma un tempo attiva cittadella. La sabbia bagnata del deserto grigio normanno è insidiosa quanto le dune del Sahara e in certi punti si sprofonda quasi ci fossero le sabbie mobili; nel bel mezzo della mia escursione il vento e una fastidiosa e pungente pioggerellina mi hanno convinto a rientrare in fretta e furia in albergo, con un pizzico di preoccupazione per l’indomani. Pomeriggio, con la doverosa calma e attenzione, dedicato invece alla visita del borgo e dell’Abbazia.
Il programma della manifestazione prevedeva per la cena un pasta party a Cancale che è risultato inavvicinabile per via dell’immensa coda; il classico “pieno” di carboidrati è stato quindi effettuato in un ristorante a Mont Saint Michel: gli spaghetti “alla bolonnaise” non erano nemmeno lontani parenti di quelli emiliani ma hanno svolto il loro compito.

… e domenica!
Il giorno della gara la sveglia si fa sentire alle 6,00; purtroppo il tempo non promette nulla di buono, ma decido ugualmente di optare per canotta e pantaloncini. A Moidrey, 3 chilometri dal Monte, è situato l’ampio parcheggio e da lì con il servizio navetta in meno di mezz’ora si arriva a Cancale. Il freddo è pungente, ci si copre alla bene e meglio usando i sacchetti di plastica come magliette. Sono le 7 e mezza, manca un’ora al via, la folla di podisti si dirige verso una palestra per restare un po’ al caldo prima del via. Arriva l’ora X, l’impatto con l’aria esterna è traumatico, a tratti vien giù qualche goccia e il vento raffredda gli animi.
Cielo plumbeo, rettilineo di partenza anonimo e il Monte che da qui non si vede: mi sento un po’ spaesato. Manca un minuto, sessanta lunghissimi secondi in cui non percepisco nemmeno il rumore del mio respiro. Silenzio assoluto, unico modo per entrare nello spirito giusto, da podisti pellegrini.
Un attimo dopo ecco il via, il “circo della maratona” esplode, lo speaker, la musica, la gente ai bordi della strada è numerosa e ci incita a gran voce, l’aria è elettrica. Il serpentone umano si dirige deciso verso la costa e dopo nemmeno un paio di chilometri eccolo: si intravede all’orizzonte la calamita a forma di piramide. Ho impostato da subito un ritmo gara tranquillo, non avendo ambizioni cronometriche, ma solo la voglia di godermi appieno ogni metro di corsa. Senza quasi accorgermene mi ritrovo al 22° chilometro quando la strada abbandona la riva e si dirige verso l’entroterra. Sinora ai ristori, organizzati intelligentemente su due lati con ampie tavolate in cui l’acqua viene offerta in bottigliette e il cibo abbonda anche per chi si trova nelle retrovie, avevo solo bevuto qualche sorso d’acqua, ma decido che è il caso di mandar giù anche qualcosa di solido. Superato il punto di abbandono del 30° km mi decido a cominciare a prendere un po’ più d’iniziativa e provo a spingere un po’ di più avendo subito positivi riscontri. Ultimi 4 km, apoteosi finale, arriviamo a Beauvoir: il paese deve il nome alla leggenda che vuole che una donna cieca arrivò di fronte al monte in pellegrinaggio e riacquistò la vista nel momento in cui si girò verso la collina. La fatica fa capolino, ma ormai è fatta. Mi accodo dietro al pace maker delle 3:45′. Ora si corre tra due ali di folla: «Est la bas! Il arrive!!» urlano; mi sembra di essere un ciclista in fuga su una cima del Tour, con la gente che ti si para davanti e ti copre quasi completamente il campo visivo. Eppure i primi sono arrivati già da tempo (per la cronaca i vincitori della gara sono stati due stranieri, il keniano Julius Sugut, che ha così bissato il successo del 2000 chiudendo, nonostante le condizioni climatiche avverse, in un buon 2:12’37” e la russa Valantina Lougenova, 2:40’19”).
Ancora 2 km, si corre sull’unica strada che collega il Monte alla terraferma. Le energie si moltiplicano, il passo sino a pochi metri prima appesantito e ingombrante ora mi sembra agile e scattante. La “scenografia” dell’arrivo è praticamente assente, non c’è nemmeno l’arco d’arrivo, ma basta alzare un po’ il naso per capire che non c’è bisogno di null’altro con quel panorama. La puce sibila, ma smetto controvoglia di correre. Gli occhi rimangono fissi per qualche interminabile secondo a godere dello spettacolo del Monte. Poi c’è la medaglia, la bellissima maglietta finisher rossa a maniche lunghe, il ristoro al coperto con frutta, dolci, bibite varie tra cui anche birra e vino. Siamo davvero tanti atleti, ma tutto funziona bene. Le classifiche sono già esposte, verifico la mia posizione e il mio tempo (2580°, 3:44’57”) e li faccio incidere sulla medaglia. Ecco lì Paola, oltre la ringhiera: anche da spettatrice, mi ha assicurato, lo spettacolo è stato imperdibile. Un paio di foto ancora al monte, si fa fatica ad andar via. Anche perché le navette riescono a muoversi a stento con tutta la folla presente. La situazione lentamente va normalizzandosi, saliamo sul pullman e poi via in macchina, la statua di San Michele diventa sempre più piccola sino a scomparire. 17 luglio 2001, cinquemilaquattrocentotrentasette maratoneti entrati nella leggenda: io c’ero!

Sapevate che…
Diversi sono i servizi forniti dalla maratona di MSM: rilevamento cronometrico tramite Puce Championchip, pace maker, ritiro e riconsegna borse, navette e parcheggio, pasta party al sabato sera, animazione lungo il percorso, 16 punti di soccorso, 8 punti di ristoro e altrettanti di spugnaggio (la spugna è nel pacco gara), maglietta e medaglia all’arrivo, ristoro coperto al traguardo, risultati in tempo reale. Il villaggio maratona è aperto dal venerdì pomeriggio; Emilie Craveia, moglie dell’organizzatore, è la responsabile della boutique marathon. Testimonial della manifestazione è Dominique Chevalier, leggenda vivente della maratona transalpina e vicecampione europeo a Spalato ’82. Tra appassionati, tifosi al seguito e turisti il giorno della gara lungo il percorso erano presenti circa 70.000 persone oltre a poliziotti, vigili del fuoco, 1.200 volontari e 150 addetti al soccorso medico. Grande partecipazione femminile: il 14% dei partecipanti erano donne (media francese più alta insieme con Parigi). L’iscrizione ammonta a 170 franchi di cui 30 vanno all’Associazione Lion’s Club di Saint-Malo che aiuta l’infanzia in difficoltà. Per ulteriori informazioni sulla gara e per l’iscrizione alla quinta edizione consultare il sito www.mt-st-michel-marathon.com

San Michele e il drago
Prima della costruzione dell’abbazia il Mont Tombe (tomba o altura) era un isolotto roccioso di granito, alto circa ottanta metri. Ha resistito per millenni all’erosione dell’acqua, dominando una regione pianeggiante intorno alla quale si stendeva una foresta molto fitta che è stata invasa poco a poco dal mare. Nell’VIII secolo il vescovo Aubert decide di dedicare l’altura a San Michele, l’arcangelo guerriero che, racconta la Bibbia, si è contrapposto a Satana (Michele, il “Principe della Milizia Celeste”, porta un’armatura e tiene in mano una spada fiammeggiante e nell’Apocalisse, il libro di San Giovanni, sconfigge il drago che minaccia la Vergine e suo figlio). La dominazione dei Duchi Normanni favorisce la rinascita dei santuari e così, dopo l’insediamento alla fine del X secolo dei monaci di San Benedetto, si comincia la costruzione di un’immensa chiesa romanica caratterizzata da robusti pilastri, archi giganteschi e muri molto alti. All’inizio del XII secolo il grande regno anglo-normanno viene smembrato e il Monte, parzialmente incendiato, passa di nuovo sotto il dominio francese. Si decide di costruire ancora, soprattutto sfruttando la nuova architettura, il gotico. Nel XIII secolo viene eretta la Meraviglia, un edificio costituito da tre piani che simboleggiano la gerarchia sociale medievale: i poveri al piano inferiore, secondo piano per i ricchi, piano più in alto per il clero. Nell’ala occidentale riservata ai monaci viene costruito il chiostro, un vero e proprio giardino pensile tra cielo e mare (vedi foto).
Durante la guerra dei Cento Anni tra Francia e Inghilterra, cominciata all’inizio del XIV secolo, la comunità monastica e la cittadella resistono agli attacchi inglesi grazie alla costruzione di nuove fortificazioni. Le guerre di religione contribuiscono invece al degrado della vita monastica e alla rovina dell’abbazia che si trasforma alla fine del 1700 in una sorta di “Bastiglia dei mari”. Solo nel XIX secolo il Mont Saint Michel rinasce: il penitenziario viene soppresso e diversi scrittori romantici riscoprono e contribuiscono a valorizzare questa architettura fantastica, che diventa ben presto un’ambita meta turistica. Gli edifici danneggiati vengono restaurati e si costruiscono il campanile romanico e la guglia gotica, visibili da chilometri di distanza tanto in mare che in terra; Mont-Saint-Michel nel 1874 diventa monumento storico.

Qui si parla italiano
Denis Craveia, 35 anni, sposato con Emilie e con una bimba di 5 anni, Eugènie, è
l’ideatore nonché presidente dell’Associazione che organizza l’intera manifestazione. È agente di assicurazioni e abita e lavora a Saint Malo, ma il suo cognome la dice lunga sulle sue origini: nonna di Abano Terme (PD) e nonno di Sala Biellese (BI) che nel 1912 hanno deciso di espatriare in Francia.
Cortese e disponibile, racconta volentieri come è cominciata la sua avventura nel mondo “maratona”: «Tutto ha avuto inizio nel 1993, quando dopo aver smesso di fumare, ho deciso di prendere parte alla maratona di Venezia. Una sfida con me stesso abbinata alla possibilità di correre praticamente a casa, in un luogo magico». Di ritorno in Bretagna, con ancora negli occhi lo spettacolo della 42 km in laguna, si convince: «Il monte è “quelque chose de mytique”, deve avere la sua mitica maratona.»
Comincia subito il duro lavoro di preparazione, affiancato da sua moglie e da alcuni amici; nel frattempo partecipa ad altre 42 km, la più veloce a Parigi nel ’97 chiusa in 3:38’: «L’unico modo per capire realmente le esigenze di un podista che prende parte a una maratona è partecipare in prima persona. La nostra gara doveva essere strutturata in maniera tale che da subito fosse all’altezza del sito che ci avrebbe accolto.»
La prima edizione si disputa nel 1998: «All’inizio è stato un inferno: in segreteria arrivavano telefonate a valanga fino alle 22.00. La Federazione Francese sentenziò che ci saremmo dovuti ritenere soddisfatti se avessimo raggiunto la quota di 500 partecipanti, arrivammo a quota 1.500 in soli quattro mesi…»
Le successive edizioni hanno avuto un incremento costante dei partecipanti, da 1.500 si è passati a 3.500, 4.700, sino ad arrivare agli oltre 5.500 di quest’anno; con La Rochelle, dopo Parigi e Medoc, la maratona di Mont Saint Michel è già salita sul podio delle 42 km francesi. E insieme ai numeri dei podisti al via sono aumentati esponenzialmente anche gli sforzi organizzativi. «Attualmente la nostra Associazione è di fatto formata da una serie di micro imprese, ognuna delle quali si occupa di offrire un servizio preciso. Ci sono due stipendiati (le segretarie Mylène e Mélanie), una quarantina di organizzatori volontari riuniti in sette commissioni, un responsabile per ogni comune attraversato, quasi 1.500 persone sul percorso. Una struttura costruita come somma di piccoli dettagli».
Inizialmente il tetto massimo di partecipanti era stato fissato a quota 5.000, allargato in extremis a 5.600: «Ma oltre proprio non potremo spingerci. È una questione innanzitutto di rispetto verso gli atleti. Se avessimo tenuto aperte le iscrizioni avremmo senza problemi toccato le 10.000 presenze, ma dal punto di vista organizzativo la situazione non sarebbe stata minimamente gestibile.»
«Quest’anno il tempo non è stato dalla nostra parte, può accadere, ma nelle passate edizioni abbiamo avuto sempre sole, una media di 18°C e vento a favore. Nonostante le condizioni atmosferiche non ottimali siamo soddisfatti dello svolgimento della manifestazione, soprattutto visto il riscontro positivo avuto dai maratoneti. Problemi? I parcheggi e i servizi navette al termine della manifestazione, proprio per via del cattivo tempo, sono stati letteralmente presi d’assalto e vista la conformazione geografica del Monte era inevitabile che si formassero code e ingorghi. Stiamo comunque già studiando una soluzione per l’anno prossimo».
Il Monte accoglie da secoli i pellegrini da tutto il mondo, Denis lancia un appello: «Ai maratoneti, alla “comunità di sportivi collezionisti”, voglio dire solo una cosa: il 16 giugno 2002 fate un salto a Mont Saint Michel pour entrer dans la légende!».


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